LA LEGGENDA DELLA MASCA CIATTALINA

di Giovanni Del Ponte

 

Bufera di neve. È sempre più difficile mantenere l’equilibrio sulle mountain-bike.

Abbiamo abbandonato il sentiero e ci stiamo addentrando senza meta in questo bosco sconosciuto, gli occhi socchiusi per i fiocchi ghiacciati. Le ruote delle bici affondate negli sterpi e nel muschio innevati.

Un pensiero però mi conforta: in questa tempesta anche quell’odioso uccellaccio perderà le nostre tracce.

Forse.

«Ci siamo, Ale!» urla il mio amico, cercando di sovrastare il sibilo del vento. «È il Ponte Nero! Seguendo la strada statale riusciremo a tornare a casa, vedrai!»

Ma riecco il richiamo. All’inizio mi era sembrato il vento, poi dall’espressione terrorizzata di Luca avevo capito che lo udiva anche lui: una voce simile a un lamento lontano.

«Ciattalinaaa, dove sei?» e dopo una breve pausa: «Ciattalinaaa, dove sei?»

Spingiamo più forte sui pedali per risalire il pendio, verso la strada che ci riporterebbe a casa, ma qualcos’altro ci ferma: sul ramo di un albero spazzato dalla tormenta, proprio sopra il ponte, luccicano due grandi gemme scure. Gli occhi della civetta.

Le mie speranze crollano. Non ci ha mai persi di vista, non c’è modo di sfuggirle!

«Ciattalinaaa, dove sei?» riecheggia il richiamo.

In quel momento una voce, sgradevole come il cigolio del coperchio di una bara, risponde dietro di noi.

«Sono qui.»

 

 

Quella mattina ero andato a trovare il mio amico Luca nella sua casa di campagna a Cisterna d’Asti.

In quella casa viveva “la mummia”, come Luca chiamava la bisnonna.

«Tieniti, nonna-bis», l’avvertiva spingendo la sedia a dondolo. «Ti faccio l’altalena!» e allora lei ridacchiava.

Era la sera del 31 ottobre, la notte di Ognissanti. Dopo cena, i genitori di Luca e i parenti si ritrovarono come tutti gli anni intorno al caminetto della cucina a mangiare castagne abbrustolite sul fuoco e a raccontarsi storie di fantasmi.

La prima castagna sbucciata diede il via al primo racconto.

A prendere la parola fu lo zio di Luca, un contadino dall’aria coriacea che fino a quel momento aveva gareggiato con la bisnonna in mutismo.

Non aveva avuto il permesso di fumare, perciò rigirava in bocca la canna di una lunga pipa spenta che si era fabbricato da sé. La osservò per un momento, nel silenzio rotto dallo scoppiettare delle bucce di castagna, e annunciò che avrebbe raccontato la spaventosa leggenda della masca Ciattalina di Val Butassa.

Luca e io ci occhieggiavamo divertiti dandoci di gomito. Me la sarei spassata molto meno se avessi saputo cosa ci aspettava quella notte.

«Questa non è una fiaba, è una leggenda», esordì l’anziano guardando verso di noi, «e come tale contiene un po’ di verità. Qualche volta ce n’è di più, qualche altra meno. Ma nelle leggende un fondo di vero ce lo trovi sempre.» Spostò lo sguardo sulle braci del caminetto e cominciò a raccontare.

«C’era una volta un contadino di Cisterna d’Asti, di nome Giovannino. Era la vigilia di Ognissanti e doveva portare il grano con l’asino a Ferrere, al mulin d’la Roca, per farci la farina.

«La moglie Caterina si era raccomandata di tornare prima del buio, perché doveva passare per la Val Butasa, dove si diceva vivessero le masche...»

«Cosa sono le masche?» sussurrai a Luca.

«Le streghe!» rispose lui con un sorriso, il riflesso del fuoco negli occhi.

Lo zio si era interrotto pensieroso, ora proseguì: «Purtroppo c’era molta gente al mulino, ed era anche iniziato a nevicare. Quando Giovannino ripartì da Ferrere cominciava a far buio.

«Suonava la mezzanotte, quando si trovò a passare il Ponte Nero, proprio in Val Butasa.

«Era caduta molta neve e l’asino avanzava a fatica nella tormenta, quando, dalle parti del cimitero, Giovannino udì il vagito di un neonato provenire dai cespugli. Tirò svelto le redini, scese a terra e andò a vedere. Con grande sorpresa, trovò una bellissima bambina tutta nuda che piangeva, la pelle pallida coperta di neve.

«La mise in fretta sotto il mantello per riscaldarla e, rimontato in sella, spronò l’asino per arrivare a casa al più presto.

«A un tratto, fra il soffiare dei turbini nevosi, dal bosco echeggiò un richiamo: ‘Ciattalinaaa, dove sei? Ciattalinaaa, dove sei?’

«Da sotto il mantello del contadino, una voce gracchiante di vecchia rispose: ‘Sono qui, sotto il mantello, in braccio a Giovannino!’

«Il contadino atterrito gettò la bambina nella neve.

«La neonata rotolò in un fosso e scomparve alla sua vista. L’uomo stava per spronare l’asino e fuggire, quando dal buio del fosso giunse la voce di Ciattalina.

«‘Mi hai portato sul tuo asino, mi hai portato nel tuo mantello e adesso sono io che ti porto via con me!’

«Con una risata folle un’ombra scura sorse dal fosso e si scagliò su Giovannino, che istintivamente portò la mano al crocifisso appeso al collo.

«A quel gesto la strega lanciò un grido, si trasformò in un gufo e volò via nella notte.

«Da allora nessuno degli abitanti di Cisterna d’Asti si addentra in Val Butasa, la notte di Ognissanti.».

 

 

Era passata la mezzanotte quando Luca e io andammo a dormire. I racconti di quella sera mi avevano messo addosso un po’ di strizza, cosa che ovviamente cercavo non fare scoprire a Luca. Altrettanto ovviamente lui se ne accorse e cominciò a punzecchiarmi.

«Ciattalinaaa», sussurrò un paio di minuti dopo aver spento la luce. «Ciattalinaaa, dove sei?»

«Piantala, scemo», ribattei con noncuranza. «Ci vuol altro per mettermi fifa.»

«Ciattalinaaa, Ciattalinaaa. C’è qui un certo Alessandro che non ha nessuna fifa di te!»

Visto che non reagivo, si alzò e si affacciò alla finestra. «Ciattalinaaa, dove sei? C’è qui Alessandro che ti aspetta! Ciattalinaaa!»

Accesi la lampada sul comò. «La vuoi piantare o no? Non sei per niente divertente!»

«E tu sei solo un fifone», replicò lui con aria di sfida.

«Vorrei proprio metterti alla prova, per vedere chi è più fifone tra noi due», lo stuzzicai.

«Ah, sì?» rispose. «Be’, ti va male, perché guarda caso una prova di coraggio ci sarebbe...»

«E quale?»

«Ti presto la bici di mio cugino e andiamo a farci un giretto in Val Butasa, a trovare la vecchia Ciattalina. Andata e ritorno. Che ne dici?»

«Che è una scemata! Se i miei lo vengono a sapere, me lo scordo che mi lascino ancora stare da te!»

«Non ci vedrà nessuno. Possiamo scendere per la scala che porta in cucina. C’è un’uscita posteriore, non è mica la prima volta che la uso!»

Ero perplesso. «Davvero?»

«Eccome! Un sacco di volte io e i miei amici ci siamo sfidati a passare la notte al cimitero.»

Esitai. Confidandogli che avevo un brutto presentimento, rischiavo di far la figura della femminuccia! «Sarà come dici, ma i miei mi danno già il tormento per la scuola e…»

«Ho capito, fifone. Lunedì in classe avrò qualcosina da raccontare…»

«La vuoi finire? Non è fifa, è prudenza!»

«Buonanotte, signor Prudenza», ribatté infilandosi sotto le coperte.

Non so cosa mi prese e, se avessi saputo a cosa andavo incontro, di certo me ne sarei stato ben zitto e mi sarei rimesso a dormire. E invece…

«Cosa fai?» m’interrogò vedendomi infilare calze e pantaloni.

«Muoviti, andiamo a fare una giro in bici.»

Per un attimo i suoi occhi mi guardarono smarriti. Capii che non aveva mai pensato di uscire per davvero, voleva solo provocarmi. Ma il gioco si era spinto troppo in là per indietreggiare ora. Si vestì in silenzio.

 

 

Fuori l’aria era fredda, ma il tempo non sembrava voler peggiorare.

Pedalammo lungo la discesa, fianco a fianco, senza una parola.

Cominciò a nevicare quando passammo davanti alla cancellata del cimitero. Ci fermammo un attimo per guardarci in faccia, ognuno sperando che l’altro si dichiarasse battuto e pronunciasse le parole fatidiche: “Torniamo a casa?”

Un grido agghiacciante squarciò il silenzio della notte. Ci guardammo intorno: c’era una grossa civetta appollaiata sul ramo di un cipresso.

«A momenti me la facevo sotto», scherzò Luca.

«A chi lo dici», ribattei.

«Andiamo?» rilanciò e nel suo sguardo scorsi di nuovo quell’incertezza, come se sperasse che lo implorassi di fare marcia indietro.

«Andiamo», risposi calzandomi meglio il cappuccio a ripararmi dalla neve che veniva giù fitta.

Luca mi precedette dirigendosi verso una stradina secondaria che si perdeva nella foresta. «Conosco una scorciatoia, seguimi.»

Obbedii, anche se faticavo a vederci. Le luci delle bici stentavano a penetrare il turbinio  della neve, i fiocchi mi velavano le lenti degli occhiali.

Nel bosco, i fitti rami intrecciati migliorarono leggermente la situazione, proteggendoci in parte dalla furia della bufera.

Il sentiero era appena distinguibile, eppure Luca non rallentava, come se cercasse di sfuggire alla paura. Scansò bruscamente qualcosa e subito dovetti imitarlo, sfiorando per un pelo un vecchio pozzo abbandonato. Fiùuu! C’era mancato poco! Un’altra cinquantina di metri e sbucammo in un campo innevato che si perdeva nell’oscurità della tormenta. Ci fermammo a riprendere fiato. D’un tratto emerse dalla boscaglia anche la civetta. Compiva evoluzioni minacciose che immancabilmente giungevano a pochi metri da noi.

Alzai un braccio per tenerla lontana. «Ci mancava solo quest’uccellaccio! Cosa gli prende?»

Ci rimettemmo a pedalare e rallentammo solo quando ci sembrò di averla seminata.

«Non so tu, ma io non mi diverto più. Riesci a vedere dove siamo?»

«Val Butasa!» replicò Luca col fiatone.

«Benissimo», dissi. «Allora, visto che mi si stanno congelando le chiappe, chiedo troppo se ti invito a fare dietro-front e tornare a casa?»

Si voltò e scorgere la sua espressione spaventata mi raggelò più della bufera.

«Mi sono… mi sono perso…» bofonchiò.

«Ma cosa dici? Basta tornare indietro, no?»

Lui continuava a guardarsi intorno senza rispondere.

Insistetti: «Perché non risaliamo il sentiero?»

«Al diavolo, Ale, vuoi stare zitto?!» sbraitò, la voce rotta dal pianto. «Non te l’avevo detto, ma ci eravamo persi già da un po’. Abbiamo abbandonato il sentiero chissà dove, e adesso non so come siamo arrivati fin qui! Non so come ci siamo arrivati!»

L’urlo della civetta ci fece di nuovo sobbalzare. Era proprio sopra di noi. Piroettava sfidando le folate di neve, quasi a sbarrarci la strada.

Percorremmo un altro centinaio di metri a casaccio. Alla fine Luca si fermò smarrito ai margini di un campo.

Lo afferrai per un braccio. «Non vedi proprio nulla che ti faccia capire come tornare a casa?»

Quasi in risposta alle nostre preghiere, la luna fece capolino tra le nubi per un breve istante, ma sufficiente per permetterci di scorgere…

«Il Ponte Nero!» esclamò Luca.

«Mi prendi in giro? Quello della leggenda?»

«Proprio lui! Ci passa sopra la statale. Se la raggiungiamo, basta risalirla per tornare a Cisterna!»

Il vento sembrò concederci una tregua, poi echeggiò il richiamo.

«Ciattalinaaa, dove sei?»

Era un lamento lugubre, confuso con il vento.

Ci guardammo ammutoliti.

Luca stava per dire qualcosa, quando dal bosco giunse la risposta, una voce di vecchia, sgraziata e cantilenante.

«Sono qui, sono alla casa di pietra!»

Fissai Luca atterrito: avevamo passato poco prima una casa abbandonata…

«Ciattalinaaa, dove sei?» Il richiamo sembrava provenire da ogni parte.

«Sono qui, al pozzo vecchio!»

«Si sta avvicinando!» esclamai con un filo di voce.

Ancora l’urlo della civetta.

«Filiamo!» gridò Luca spingendo sui pedali. Non me lo feci ripetere e lo imitai, rischiando d’impigliarmi in un intrico di rovi nascosti dalla neve.

La bufera riprese a fischiare. La tregua era finita.

Non riuscivo quasi più a vederci, seguivo con difficoltà il fanalino rosso sul parafango posteriore della bici di Luca. La mia unica consolazione era che quella maledetta civetta avrebbe avuto la vita altrettanto dura: ormai era chiaro che la masca se ne serviva per non perderci di vista. Se solo avessimo trovato il modo di seminarla…

 

 

E ora eccoci qui.

Al Ponte Nero c’era già la civetta ad attenderci e all’ultimo richiamo «Ciattalinaaa, dove sei?», la voce della masca era risuonata vicinissima.

«Sono qui. Proprio alle spalle di Luca e Alessandro!»

Inutile cercare di fuggire, l’abbiamo capito. Ci voltiamo a fronteggiare la strega.

Devo togliere gli occhiali innevati, per riuscire a vedere. Anche così scorgo appena una figura alta e magra all’altra estremità del ponte. Ha qualcosa in mano, come un lungo bastone con la punta in fiamme. Avanza verso di noi.

 

 

 

 

«Non illudetevi, piccini miei», gracchia la masca. «È inutile tentare di fuggire.»

L’urlo della civetta sovrasta ancora una volta l’ululato della tormenta. L’uccello ci piomba addosso, ma, invece di aggredirci, s’interpone fra noi e la masca, le ali spiegate per contrastare la furia degli elementi.

«Vattene!» le intima la masca. «Contro di me tu non sei niente. Questi sono miei!»

La civetta urla ancora e le si scaglia contro. La masca solleva il bastone incendiato per tenerla distante, ma il rapace lo evita e torna a calarsi, mostrando gli artigli adunchi.

A bocca aperta assistiamo alla lotta selvaggia.

La masca grida parole che non comprendo. C’è come un lampo di luce e la civetta si ritrae con un’ala in fiamme. Gira su se stessa e cade a capofitto giù dal Ponte Nero, sparendo nella tormenta.

«Dov’eravamo rimasti?» ghigna la masca.

Vorremmo fuggire, ma siamo come paralizzati. Riesco solo a trovare la mano di Luca e lui me la stringe forte.

«Scusami», mi dice. «Non credevo finisse così».

La figura indistinta della masca è a un passo.

 

 

All’improvviso la civetta riemerge dal parapetto del ponte e l’artiglia in faccia, poi si dirige verso di noi e lascia cadere qualcosa che riesco ad afferrare al volo.

È un crocifisso antico.

«Aaah, maledetta!» strilla la masca. «Che tu sia mille volte maledetta!»

Osservo incredulo quel piccolo monile che sta nel palmo della mia mano, poi trovo il coraggio d’impugnarlo. La masca strilla di nuovo coprendosi gli occhi. Arretra nei turbini nevosi.

«Prendi la bici!» urlo a Luca. Lui obbedisce.

Mentre alle nostre spalle riecheggiano le grida rabbiose della masca, riprendiamo a pedalare a più non posso, verso la salita e una casa che ci aspetta.

 

 

 

 

Non ho alcun ricordo della strada del ritorno. Poco fa ho aperto gli occhi e mi sono ritrovato a letto, a casa di Luca.

Sua mamma sta aprendo le imposte. Fuori c’è il sole e sulla strada appena una spolverata di neve.

Si sarà trattato solo di un incubo? Sono ancora talmente scosso da non riuscire a parlarne. Anche il mio amico è stranamente taciturno.

«Dormito bene?» ci domanda suo padre entrando nella stanza.

«Benissimo», mento.

Luca sembra svegliarsi del tutto solo quando il padre gli chiede: «Perché non andate a fare un giro in bici nei boschi? Stanotte è caduto qualche fiocco di neve, però ora è una splendida giornata.»

Ma il mio amico stamani non ha proprio voglia di uscire, magari nel pomeriggio.

In cucina Luca gioca all’altalena con la bisnonna che sorride divertita. Tutto sembra rientrato nella normalità.

Poi il mio sguardo cade su una mano della vecchina. È svelta a nasconderla con lo scialle, ma ho fatto in tempo a vederla.

Una brutta scottatura.

Lei mi sorride facendomi l’occhiolino, e io mi accorgo di avere in tasca un piccolo crocifisso.

 

jj

Per scaricare il file in formato Word97 senza immagini cliccare qui.

Per scaricare il file in formato Pdf senza immagini cliccare qui.